Fin tanto che
l’onda dove sei nata ti cullerà,
non desiderare
mai di avere un’anima, certo no,
perché un’anima è
il peccato.
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| Witold Pruszkowski, 1877 |
Come molte
sorelle, non necessariamente acquatiche ma certo dotate di poteri misteriosi,
le rusalke sono bianche e verdi. Il bianco è della pelle che si scorge appena,
il verde è dei lunghi capelli, gemelli inquietanti delle alghe che si snodano
piano sul fondo dei fossi, nelle lanche dei fiumi, al bordo degli stagni:
colori, questi, caratteristici delle donne magiche e ambigue che percorrono le
storie dell'infanzia e la storia del mondo.
E' molto raro che
le fate e le sirene indossino gioielli e, se vestono abiti, sono quasi sempre
bianchi o verdi. (Qualcuno dice che le rusalke vestano lunghe gonne di colore
verde, solo la domenica di Pasqua.)
Alcuni artisti le
hanno pensate come donne più domestiche, decorosamente abbigliate con ampie
gonne, corsetti e copricapi, a svelare soltanto un polpaccio formoso; sono
immagini che hanno il sapore di un tentativo di rassicurare se stessi e il
mondo, di ridurre ad un minimo denominatore confortante una materia fluida e
sfuggente.
Il bianco e il
verde, invece, disorientano; sono i colori della luce bianca della luna, che
svia le forme, le annulla, e dell'acqua, dell'erba, delle foglie che nascondono
e trasformano, colori che costruiscono confini psicologici inevitabili intorno
al pensiero e alla riflessione. La nostra mente è obbligata a confrontarsi con
un mondo senza cesure nette, fatto di allusioni più che di affermazioni. Ma
cosa ci si può attendere, esattamente, dal bianco e dal verde?
Le rusalke attendono alla soglia dell'acqua e attraggono nell'altro mondo: abitano dunque un luogo incerto, sul quale è lecito speculare, immaginando, oltre i confini, meraviglie e morte.
Prendiamo ad
esempio la Rusalka che canta nell'opera omonima di Antonin Dvorak.
Ispirata alle favole popolari ceche (e in ceco fu scritto il libretto),
germogliata nell'humus ottocentesco, fu rappresentata per la prima volta nel
1901. La trama, nelle linee essenziali, ricalca storie popolari: la rusalka è
una creatura acquatica che diventa un demone mortifero in seguito al tradimento
dell'uomo per cui ha rinunciato alla propria natura. Figlia dello spirito di un
lago (e molti di questi piccoli laghi, larghi pochi metri ma spesso piuttosto
profondi, erano il paesaggio che circondava la casa di Dvorak mentre
componeva), rinuncia alla propria voce e sfida l'eterna dannazione con l'aiuto
di una strega, pur di sposare e seguire un uomo mortale nel suo mondo. Il
tradimento dell'uomo incostante, paventato fin dal primo momento, costringe la
rusalka a tornare al suo stagno, tramutata in uno spirito di morte. Quando il
principe torna pentito a cercarla, accetta da lei il bacio d'amore che lo
priverà nello stesso momento della vita. I
sacrifici sono tutti inutili, sentenzia il padre della rusalka.
Con la sua
Sirenetta anche Andersen aveva lavorato su questa tradizione, elaborando un
finale in parte consolatorio, di matrice cristiana, ma più ancora legato alle
proprie personali aspirazioni e alla costante esplorazione del tema
dell'escluso.
L'aspetto
straordinario di una materia così duttile e sfuggente risiede proprio nelle sue
infinite possibilità di lettura: Andersen, Dvorak, Puskin, Fouqué-La Motte,
Dargomyžskij e altri hanno ciascuno letto e raccontato fatti scelti,
trascurando talvolta alcuni personaggi, cancellando o intensificando sfumature,
rispettando rigorosamente le linee portanti della vicenda e al tempo stesso
imprimendo una nota unica, quella del loro personale talento. Un'operazione,
per finalità e modalità, non diversa dalla fanfiction
moderna.
Il mondo
dell'acqua alletta e perseguita l'immaginazione dell'uomo da sempre: forse
anche il ragazzo che si getta nell'acqua nella Tomba del Tuffatore di Paestum
aveva visto qualcosa di assimilabile ad una sirena? Un richiamo divino, il
sorriso di un dio che brilla là in fondo? Certo è che il passaggio attraverso
lo specchio dell'acqua (e gli specchi vengono spesso impugnati da sirene e
melusine) prelude ad una percezione diversa dell'esistenza, ad un abbandono
totale che corrisponde alla concentrazione completa del proprio essere: in
questo consiste l'arte del tuffo. Passare attraverso l'acqua diventa un atto
assertivo, non rinunciatario, ma la differenza tra l'immersione nell'acqua e
l'uscita dall'acqua è drastica. Dall'acqua si esce comunque diversi – quando si
esce.
Le storie,
innumerevoli, scritte sulle donne d'acqua, sono costruite su passaggi logici
comuni: la donna magica che esce dall'acqua cerca un'anima immortale e l'amore
(gli spiriti e le fate sono, secondo alcune tradizioni, destinati alla
dannazione eterna dopo il Giudizio Universale, mentre secondo altre si
dissolveranno in vapori scintillanti...e la Sirenetta dovrebbe sciogliersi in
schiuma del mare); rinuncia, nel far questo, ad aspetti fondamentali del suo
esistere (la voce, l'immortalità, la capacità di compiere prodigi...); e viene
tradita, o incompresa, o sfruttata. Presto o tardi deve tornare al suo mondo,
ma il suo destino è irrimediabilmente intaccato.
Le rusalke si
differenziano in quanto originariamente sono donne, umane, mortali a tutti gli
effetti (in questo Dvorak si discosta dalla tradizione).
La metamorfosi in
donne d'acqua gelide e possenti (l'espressione
è di Puskin) avviene con l'abbandono di questa vita, per annegamento,
volontario e non: donne e fanciulle disprezzate, poco amate, o addirittura
assassinate, acquisiscono nel passaggio attraverso lo specchio d'acqua facoltà
del tutto nuove, e spesso aspirano alla vendetta.
I talenti delle
rusalke sono innumerevoli: hanno favole e conchiglie per i bambini, sguardi
d'inesorabile seduzione per uomini giovani, promesse di pace e silenzio per i
vecchi. Cantano con voci squisite, scuotono le chiome bagnate al vento
notturno. Le donne sono solitamente immuni al loro richiamo.
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| Beppino Zago, Anni 70 |
Le rusalke russe scelgono di vivere nei fiumi, soprattutto nel Dnepr, largo come un mare e quieto come uno stagno. Puskin, informatissimo, dice che vivono in palazzi costruiti sul fondo sabbioso del fiume e passano le giornate a filare con fuso e conocchia, per poi uscire dall'acqua quando si fa sera.
Puskin, cui erano
erano molto care le vecchie favole ascoltate durante l'infanzia, elaborò in più
modi il tema della rusalka. Ad esempio scrisse un poema dal sapore erotico, in
cui un anziano eremita cede all'intollerabile delizia della rusalka che emerge
dalle acque, perdendo la vita.
Ma soprattutto
scrisse un'opera teatrale rimasta incompiuta (anche se di recente pare sia
comparso un manoscritto contenente anche l'ultima scena), in cui la rusalka
protagonista è in origine una fanciulla abbandonata dall'amante che, pur
consapevole del fatto che ella attende un figlio da lui, la lascia in favore di
una sposa nobile e ricca; furiosa d'odio e disperazione, la ragazza si uccide gettandosi
nel fiume; si risveglia sul fondo del Dnepr, regina delle rusalke, e lì
partorisce la figlia che aveva in grembo.
Anni dopo il
rimpianto e il rimorso riconducono il principe, che non ha trovato felicità nel
suo matrimonio, alle rive del fiume dove aveva amato la fanciulla. La rusalka,
che l'ha atteso per lunghi anni, lo attira a poco a poco, facendogli udire la
sua voce, convincendolo della sua vicinanza, utilizzando la figlia per condurlo
a sé. L'opera si interrompe proprio nel bel mezzo di un monologo, mentre la
rusalka prepara la vendetta. Mi piace pensare che Puskin fosse incerto, che
neppure lui sapesse decidere, al postutto, se il fato dell'uomo fosse di
elezione o perdizione.
È da notare come
nel caso dell'opera di Dvorak, e pure in quella di Puskin, lo stato di
imperturbabilità sia connesso alla natura magica. La Rusalka di Dvorak perde la
sua serenità compatta e soprannaturale quando desidera l'amore di un uomo; la
ragazza di Puskin, al contrario, abbandona amarezza, rimpianti e dolore e diventa
consapevole di se stessa, capace di scegliere, quando muta natura gettandosi
nel fiume.
Chi assiste, al
di qua del libro o della partitura musicale, non può restare indenne. Dopo aver
conosciuto le rusalke, le piante palustri, la lenticchia d'acqua, le alghe
appena sotto la superficie di uno stagno assumono una vitalità segreta, danno
l'impressione di osservarci appena voltiamo le spalle...








